Persone normali

Un anno fa Sally Rooney è stata definita la “scrittrice dei Millennial”, incoronata come voce della nostra generazione (da persone non della nostra generazione forse?) dopo l’esordio incredibile di Parlarne tra amici. Eppure non mi aveva convinto, mancava qualcosa per essere davvero attuale: non comparivano i social, non c’erano spunte blu o visualizzato alle senza risposta, la strategia amorosa non passava per quelle dinamiche a noi ormai abituali e impossibili da ignorare (volenti o nolenti). 

Leggendo Persone normali invece ho capito, e quasi volevo urlare “È vero, parla di noi! Siamo noi questi! Sono io!”. È una storia d’amore in cui gli innamorati sono insicuri, ingabbiati dal giudizio altrui, divisi dai loro insoluti, ostacolati dall’incomunicabilità, complicati da nevrosi che appartengono a tutti. 

Seguiamo Connell e Marianne dal piccolo liceo dell’Irlanda rurale fino al Trinity College di Dublino accompagnandoli in una tenera e dolente storia di maturità e accettazione. I protagonisti sono diversi per mille e uno motivi: lei ricca e lui povero, lei con una famiglia difficile alle spalle e lui figlio molto amato di ragazza madre, lei sfigata senza amici e lui il classico bello e popolare della scuola. Sembra l’inizio stereotipato di una commedia americana in cui alla fine lei da brutto anatroccolo si trasforma in un cigno, invece è la storia di due ragazzi che  crescono insieme e (a volte loro malgrado) si interrogano sul potere che gli altri hanno e vogliamo che abbiano su di noi. Amare significa cedere parte del nostro potere, accettare di appartenere a qualcuno che non siamo noi? 

Sally Rooney inizia così a demolire uno dei più grandi miti della nostra generazione: il desiderio di indipendenza emotiva, che chissà forse non esiste, è una bugia, un mito, una religione.

Persone normali di Sally Rooney (Einaudi) 

Traduzione di Maurizia Balmelli

Giorgia, 03 giugno 2019