I ragazzi della Nickel

I ragazzi della Nickel, ultimo romanzo del Premio Pulitzer Colson Whitehead, affronta la questione razziale negli Stati Uniti degli anni '60, osservando nel dettaglio gli effetti della Storia e delle lotte per i diritti civili sulle vite di tanti uomini e tante donne vittime di discriminazione.

Siamo nel 1963, il movimento per i diritti capitanato da Martin Luther King sta prendendo piede ma sono ancora in vigore le leggi di segregazione razziale, le Jim Crow Laws, che distinguono i cittadini liberi da quelli che non lo sono. Il protagonista, un ragazzino nero di nome Elwood, non vuole accontentarsi del futuro mediocre che alcuni bianchi magnanimi potrebbero assicurargli grazie a un lavoro dignitoso (ma pur sempre subalterno): sogna invece un avvenire di fortuna, libertà, prestigio e redenzione sociale. Per questa ragione, volenteroso, studia e si impegna, riuscendo infine a iscriversi al college.

Il destino però gli fa lo sgambetto, un destino storicamente e culturalmente determinato: Elwood, inconsapevole, accetta un passaggio su un'auto rubata. Dopo il fermo della polizia, che non crede all'innocenza del giovane sebbene anche il conducente lo scagioni, per Elwood si chiudono le porte del college e si aprono quelle della Nickel, una scuola fondata da un uomo senza alcuna vocazione pedagogica ma vicino al Ku Klux Klan. Una scuola che in realtà è un riformatorio dove violenze e soprusi, in particolare verso gli studenti afroamericani, sono di casa. C'è in particolare la cosiddetta “Casa Bianca”, che fa da contraltare alla sede del potere politico par excellence, dove i ragazzi sono vittime di un tipo di potere ben diverso da quello, asettico e formale, della politica.

Elwood però, fiducioso e idealista, si rifiuta di rispondere alle ingiustizie con altre ingiustizie, e cerca di mantenersi saldo nei propri valori. Il suo approccio si contrappone a quello di Turner, il suo amico della Nickel, ormai disilluso e convinto che l'unico modo per rispondere alla violenza sia la violenza stessa, e a quello dalla nonna Harriet, che auspica per il nipote niente più che la salvaguardia di quel corpo nero che possiede e che, come insegni Ta-Nehisi Coates, è sempre messo in pericolo dal mondo esterno.

Queste le tre posizioni sulla questione razziale a cui Whitehead dà voce e che si avvicendano nel corso della narrazione: l'idealismo che punta all'uguaglianza dei diritti e lo fa con la forza del dialogo, la violenza ribelle che si scontra con il dispositivo d'oppressione, l'accettazione rassicurante e subalterna dello status quo.

Non si tratta però solo di finzione letteraria: la scuola descritta nel romanzo è realmente esistita, e si chiamava Dozier. Chiusa nel 2011 in seguito alle denunce di abusi e violenze, in quello stesso anno nel campo antistante la scuola sono stati trovati 55 cadaveri di ragazzini, perlopiù afroamericani, morti in circostanze ignote. Whitehead squarcia la narrazione spingendoci a guardare in faccia il reale e a fare i conti con il passato e, soprattutto, con le istanze di sopraffazione che dal passato sono sopravvissute e continuano a infestare il presente.

 

I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead, traduzione di Silvia Pareschi, Mondadori 

Arianna, 21 ottobre 2019