Casa di Foglie

Una mattina Will Navidson si alza dal proprio letto e scopre che nel bel salotto di casa sua c’è una porta in più. Possibile? Ieri non c’era. La famiglia conferma, su quel muro ieri non c’era nessuna porta. Pazzesco.

Aprendola, Navidson si trova di fronte l’impensabile. Un corridoio muto e oscuro si inoltra in avanti per decine di metri, anche dove in teoria, all’esterno della casa, ci dovrebbe essere il giardino. In giardino però non c’è nulla; c’è il giardino. Da fuori la casa non si distingue dalle altre tranquille villette della Virginia, eppure dentro c’è quell’inspiegabile corridoio. La casa è più grande dentro che fuori.

Fotoreporter e avventuriero per indole, Navidson si arma di due telecamere e di una torcia e si inoltra nel vestibolo buio. Presto si accorge che qualcosa non va; il corridoio si trasforma rapidamente in un dedalo di spazi vastissimi in continuo cambiamento. Alcune stanze sono lunghe e larghe chilometri, in altre non si vede il soffitto; tutte rigorosamente, orribilmente vuote. Assieme al fratello e ad alcuni esploratori ingaggiati per l’occasione, Navidson si sente in dovere di perlustrare, fotografare e filmare gli spazi apparentemente infiniti all’interno della casa. Il risultato di questo lavoro sarà il documentario "The Navidson Record". Qualche anno dopo, a Los Angeles, Johnny Truant rinviene nell’appartamento in cui si è appena trasferito un ammasso di carte manoscritte, opera del vecchio Zampanò, l’inquilino precedente appena deceduto. Le carte si rivelano essere un approfondito saggio accademico incentrato proprio sulla pellicola documentaristica di Navidson. È a questo punto che la narrazione comincia a dipanarsi nella sua geniale, labirintica follia: la ricostruzione e decifrazione dei manoscritti di Zampanò (che includono una dettagliata trascrizione del film) diventa per Johnny un’ossessione, inducendogli le stesse psicosi si ravvisano nei Navidson mano a mano che si confrontano con gli spazi incomprensibilmente grandi che si snodano nell’oscurità della casa. Il tutto è tenuto insieme da un apparato didascalico corposissimo e stravagante; a rimandi bibliografici reali Danielewski prima e Zampanò poi affiancano autori e testi parzialmente o completamente fittizi; alle note del vecchio, inoltre, Johnny unisce le proprie, includendoci le proprie vicende personali e mostrando i sintomi di una progressiva discesa nella follia; e la pagina si ritrova così colma, ricolma di linee narrative interdipendenti che si intrecciano e sovrappongono, che si chiamano ed esigono anche a decine di pagine di distanza, costringendo il lettore a girare, sfogliare, toccare il libro in tutte le sue parti. Gli artifici grafici sono numerosi e rendono il libro una piccola opera d’arte: alcune pagine sono affollatissime di simboli, riquadri e forme, in altre poche frasi o semplici parole riproducono gli effetti claustrofobici causati dall’esplorazione della casa. Al numero dei narratori e delle situazioni corrispondono continui cambiamenti di tono e di forma, anche se lo stile prevalente è quello pseudo-saggistico dell’opera di Zampanò, riuscitissimo nel tentativo di affrontare il paranormale della casa dei Navidson con i modi della razionalizzazione accademica. Il tutto a dare un effetto dissonante, intenso ed incalzante. Un labirinto è riuscito quando è facile entrarvi e difficile uscirne. Danielewski veste i panni di Dedalo, portandone il lettore al centro: e tanto è più bello muoversi negli spazi che crea, quanto più vi ci si perde dentro.

Matteo, 13 gennaio 2020