Piccole Donne

Piccole donne è sempre stato sul podio delle mie opere dell’infanzia, insieme a Tom Sawyer, Ascolta il mio cuore, Matilde e il libro delle Spice Girls. Era un romanzo che parlava di ragazze, di formazione, di crescita, di amicizia e sorellanza, del desiderio di diventare ciò che si è, e, alla fine, anche di amore. Il tutto sapientemente amalgamato da abiti eleganti in popeline, cuffiette di lana, serate passate a cantare insieme davanti a un pianoforte, limette e altre cose che nella vita non avrei mai avuto occasione di conoscere. Era, soprattutto, un universo in cui gli uomini avevano una funzione accessoria, se ne stavano sullo sfondo come di solito accade ai personaggi femminili, erano più un oggetto del pensiero che una presenza reale. Nessun principe accorreva in aiuto delle quattro ragazze, non c’era mai nessun uomo da ringraziare nell’universo femminile costruito da una delle prime autrici che, a tutti gli effetti, possiamo definire consapevolmente femminista.
Rileggere Piccole donne oggi ha significato, in parte, andare incontro alla delusione. Lo stile è lezioso, sciattamente manieristico, impostato, iperdescrittivo al limite della pedanteria, e fa da veicolo per i continui insegnamenti moraleggianti che serpeggiano lungo tutto il romanzo.
C’è però un valore enorme in Piccole donne, che emerge in controluce, ed è la valorizzazione delle radicali differenze fra le quattro sorelle, la rivendicazione a essere davvero ciò che si è. Meg incarna la giovane donna perfettamente inserita nelle logiche borghesi, Jo è la riottosa delle quattro, Beth è l’angelo del focolare, dolcissima, timida e delicata, Amy (da sempre la mia preferita) è frivola e dispettosa. In un’epoca (questa) in cui le donne faticano a vedersi riconosciuto il diritto di essere ciò che sono, in cui (ancora) esistono e si impongono degli standard uniformi e banalizzanti di femminilità, l’affermazione di una sorellanza così forte e basata su differenze così profonde, che lungi dal volere essere appianate vengono invece sottolineate, è qualcosa di importante e prezioso. Meg, Jo, Beth e Amy non si amano per somiglianza ma per differenza, sulla base della loro condizione femminile e delle reciproche divergenze. Più di cent’anni prima delle Spice Girls, le sorelle March hanno intessuto la stessa narrazione che ha reso celebre le cinque popstar: esistono tanti modi, tutti legittimi, di essere donna, siamo forti e siamo unite perché (e finché) siamo tutte diverse.

Questa recensione, in versione ampliata, è apparsa su Cultweek.

Arianna, 10 febbraio 2020